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Naufragium

NAUFRAGIUM

di Sonia Antinori

regia di Daria Lippi

con Silvia Gallerano
e con Sonia Antinori, Daria Lippi
assistente regia, disegno suono Juliette Salmon
scene e costumi Emanuela Dall’Aglio
disegno luci Francesco Dell’Elba
cura della produzione Francesca Bettalli e Camilla Borraccino
ufficio stampa Cristina Roncucci
foto di scena Lucia Baldini
video documentazione Matteo Lorenzini, Sophie Muriot
progetto grafico Helene Lageder

produzione Teatro Metastasio di Prato
con Faa (Fabrique Autonome des Acteurs), MALTE
e Otse (Officine Theatrikès Salento Ellada), Reset

 

In Naufragium, monologo corale, Silvia Gallerano condivide il palco con l’autrice Sonia Antinori e la regista Daria Lippi, per un lavoro dedicato agli anni della contestazione, che esplora gli effetti di quel fenomeno epocale attraverso gli occhi delle generazioni venute dopo: dopo il ’68, dopo la liberazione sessuale, dopo la vita comunitaria, dopo la politica.

Il testo nasce da una testimonianza, da una storia individuale che Sonia Antinori allarga fino a far diventare emblematica. Una di quelle storie che si potrebbero raccontare attraverso i protagonisti, figure perlopiù maschili, padri, e attraverso quelle immagini iconografiche fin troppo citate, mitiche. E invece, ribaltando la prospettiva, il testo affronta la storia di quegli anni attraverso lo sguardo di chi ne ha subito le conseguenze. E’ il monologo di una donna al padre, che non risponde, forse addirittura non c’è. La Figlia ripercorre la biografia di un padre scomodo - un tempo leader di un movimento che voleva cambiare il mondo - in un testardo tentativo di comprensione che la spinge a ricostruire come in un rompicapo l’esperienza di quel ragazzo del Sessantotto, in una Italia spezzata da terrorismi di destra e sinistra e scossa dai tumulti della politica. E mentre il naufragio del titolo allude agli esiti violenti di una passione politica vissuta fino alle estreme conseguenze, un senso costante di inadeguatezza denuncia l’inesorabile sensazione di fallimento che ogni generazione prova rispetto alla precedente.

Moltiplicare la voce della Figlia ci serve ad allargare la storia individuale alla Storia. Riprendendo le parole, smembrando le frasi, portiamo in scena le varie facce dell’eredità di quel vissuto: la più conciliata, la più restia, quella che ne resta sotterrata. In scena non c’è una sola versione dei fatti, ma tante possibili risposte, nessuna definitiva. Il risultato è una polifonia a volte musicale, a volte coreografica, in un montaggio per contrappunto che squaderna il testo portando dentro azioni, immagini, gesti, canti, parole, frutto di un lavoro di creazione collettivo. Perché tutte e tre ci riconosciamo personalmente nella Figlia, nel suo desiderio di conoscere, non certo per spirito di emulazione, ma per poter avanzare, per gettarsi alle spalle un confronto con figure spesso ingombranti e prendere lo spazio per accomodarsi nel presente. Allora, forse, portando questa storia fuori dal contesto personale, lasciando cadere le scorie individuali, raccontandola insieme, possiamo cominciare il viaggio verso un futuro reale.


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